Letterina di contro-osservazione dalla Svizzera: "Siamo pronti a guardare in faccia i nostri errori, sui controlli, sulla comunicazione, sul pudore istituzionale. Ma..."

di Niccolò Salvioni *
Nota introduttiva
La “letterina” che Luciana Littizzetto ha letto domenica sera a Che tempo che fa merita una risposta che non si limiti all’indignazione.
Ci sono già reazioni più accese in circolazione: comprensibili, ma non sufficienti.
Questo testo sceglie un registro diverso: più preciso nei fatti, meno teatrale nei toni, con un obiettivo semplice — che da questo scambio emerga qualcosa di utile per le vittime.
Se rispondiamo a “Cara Svizzera” con “Cara Italia”, è solo perché restiamo nella forma scelta dalla letterina; sappiamo bene che non esiste un’Italia, così come non esiste una Svizzera, che parlino con una voce sola.
Letterina di contro-osservazione dalla Svizzera
Cara Italia,
ho ascoltato la “letterina” che una delle tue voci satiriche più note ha dedicato alla Svizzera. È brillante, fa ridere e, in più di un passaggio, colpisce nel segno sulle nostre rigidità. Proprio perché tocca una tragedia reale e condivisa, merita una risposta altrettanto franca.
Partiamo dai cliché.
Montagne pettinate, laghi stirati, galline disciplinate, mucche autosufficienti. È il vostro modo affettuoso di dire che siamo ossessionati dall’ordine. Può darsi. Ma è anche quell’ordine che, in molti casi, tiene in piedi strutture, ferrovie, ospedali e amministrazioni che servono ogni giorno migliaia di italiani che vivono, lavorano o si curano con noi. Non siamo perfetti; siamo, spesso, semplicemente organizzati.
Poi c’è l’accusa di presunzione: la Svizzera “prima della classe che se la tira”. È vero: a volte amiamo troppo la nostra immagine di Paese affidabile. Ma nel caso di Crans-Montana, il nostro “essere primi della classe” si traduce anche in un’inchiesta penale che non risparmia nessuno: gestori, autorità comunali, funzionari cantonali. Si stanno verificando controlli, capienza, uscite di sicurezza, materiali e procedure di intervento. Non siamo irreprensibili: siamo chiamati a rispondere, e la nostra giustizia sta facendo il suo lavoro.
Ci hai dipinti come ipocriti: la legge è legge solo quando fa comodo. Sul piano delle fatture hai colto parte del problema, ma non tutta la realtà. Il sistema svizzero — come quello italiano — funziona da anni così: gli ospedali fatturano, le istituzioni sanitarie si scambiano conti, gli Stati si rimborsano secondo regole europee e bilaterali condivise. Nel caso di Crans-Montana, copie di fatture erano state inviate alle famiglie italiane: per noi erano atti tecnici; per chi le ha ricevute sono sembrate richieste dirette. È stato un errore, non di principio, ma di sensibilità e di comunicazione. Una procedura amministrativa che in tempi normali nessuno nota è arrivata, in giorni di lutto, sotto forma di lettera in case dove si stava ancora cercando di capire cosa fosse successo. Per chi le ha ricevute, quelle copie non erano più “atti tecnici”: erano una nuova ferita. Il Consiglio federale lo ha riconosciuto e ha deciso di non inviarne più. Non è “fare la legge solo quando conviene”: è ammettere che certi automatismi, in certi casi, non avrebbero dovuto scattare affatto e che spettava a noi fermarli prima.
Sull’aspetto umano, ci hai definiti freddi, contabili, senza pudore. Qui la risposta è diretta: quella notte e nei giorni seguenti, medici, infermieri e soccorritori vallesani, e con loro colleghi svizzeri, italiani e di altre nazioni, hanno lavorato all’unisono per ore nel fumo, senza chiedere chi avrebbe pagato il conto. Nessuno è stato lasciato indietro perché straniero o perché italiano. Il dolore per quanto non è stato possibile fare non si è esaurito con i turni di servizio. Che nel retroscena istituzionale partano poi fatture tra enti è un fatto; che questo significhi che per noi la vita valga meno di un bilancio è un’interpretazione che non accettiamo.
Sul denaro, hai evocato una Svizzera che conserva tutto nelle banche e presenta il conto anche ai morti. In realtà, sia la Svizzera sia l’Italia si scambiano da anni rimborsi per le cure ai cittadini dell’altro Paese: è il normale coordinamento europeo delle assicurazioni sociali, non un’invenzione svizzera estemporanea. La differenza, in questo caso, è che l’Italia ha scelto politicamente di dichiarare subito che non avrebbe chiesto nulla per i feriti curati al Niguarda né pagato per quelli curati in Svizzera. È stato un gesto chiaro, ed è stato comunicato bene. Noi, dalla nostra parte, abbiamo lasciato parlare i regolamenti quando avremmo dovuto parlare con voci umane. Il principio sostanziale era e resta lo stesso: nessuna famiglia deve pagare. Ma la nostra incapacità di dirlo ad alta voce, e in tempo, ha fatto credere il contrario. È un errore che ci dobbiamo riconoscere. Lo stesso sistema di rimborsi reciproci funziona da decenni tra i due Paesi senza che nessuno lo metta in discussione. Crans-Montana ci dice qualcosa di importante: ci sono casi in cui le regole ordinarie, anche quando sono giuste in astratto, non reggono il peso di ciò che è successo. Non è un fallimento del meccanismo; è un richiamo a riconoscere quando va sospeso. Questa lezione, se vogliamo, riguarda entrambi i nostri sistemi amministrativi.
Infine, la decenza.
“Più che l’efficienza, dovresti avere la decenza”, hai detto. Su questo punto ti diamo ragione nel principio: in un evento come Crans-Montana, l’efficienza non basta. Serve la capacità di fermarsi e dire: per questa volta, per queste vittime, andiamo oltre le procedure standard e costruiamo una soluzione comune che non pesi sulle famiglie. Il Consiglio federale, con l’appoggio del Parlamento, ha già creato una tavola rotonda di coordinamento proprio per questo scopo. La via è chiara: un accordo esplicito Svizzera-Italia di rinuncia reciproca ai rimborsi, costruito in modo compatibile con le procedure penali e civili aperte, e un messaggio congiunto alle famiglie che garantisca di non ricevere più alcuna fattura da nessuna parte.
Cara Italia,
Luciana Littizzetto ha usato la satira per scuoterci: va bene, ci sta. Questa risposta vorrebbe essere altrettanto franca, con qualche dato in più e qualche cliché in meno. Siamo pronti a guardare in faccia i nostri errori, sui controlli, sulla comunicazione, sul pudore istituzionale. Ma chiediamo che, mentre si ride di noi, non si dimentichi che siamo stati — e vogliamo restare — partner seri, anche quando la cronaca ci mette entrambi alla prova.
E soprattutto chiediamo che, da entrambe le parti, l’unico messaggio che arrivi alle famiglie sia questo: nessuno vi presenterà il conto.
* Analista politico-istituzionale