"La revisione della perequazione non è un capriccio locale: è una necessità istituzionale. È la condizione minima per mantenere credibile il patto federale"

di Oliviero Pesenti *
La Svizzera ama definirsi una comunità di destino fondata sull’equilibrio, sulla coesione e sulla solidarietà tra i suoi cantoni. È una formula che ricorre nei discorsi ufficiali, nelle celebrazioni e nei rapporti della Confederazione. Ma queste parole hanno valore solo se si traducono in atti concreti.
Mai come oggi, la realtà della perequazione finanziaria ci obbliga a chiederci se il principio costituzionale della coesione nazionale sia davvero rispettato.
Il Ticino, cantone di frontiera, caratterizzato da un servizio pubblico complesso e da una struttura economica esposta a pressioni uniche nel Paese, vive da anni una situazione che non può più essere considerata né equa né sostenibile. La massa salariale è compressa da un mercato del lavoro segnato dalla presenza di oltre settantamila frontalieri; i costi sociali e infrastrutturali crescono in modo sproporzionato; il sistema economico locale è sottoposto a tensioni competitive e salariali che non trovano paragoni nel resto della Svizzera.
A ciò si aggiunge un elemento troppo spesso dimenticato: nel corso degli anni il Ticino è stato progressivamente impoverito della presenza dello Stato, perdendo posti di lavoro pubblici che in altri cantoni continuano invece a sostenere l’economia locale. Reparti federali, funzioni logistiche, infrastrutture ferroviarie, attività militari, servizi postali e amministrativi: pezzi di Stato che altrove sono rimasti, mentre nel nostro Cantone si sono ridotti o sono scomparsi. Un processo lento, silenzioso e cumulativo che ha sottratto al Ticino stabilità occupazionale, potere d’acquisto e peso politico.
In questo contesto, gli strumenti federali che dovrebbero compensare gli svantaggi strutturali non solo non colmano il divario, ma in alcuni casi rischiano di accentuarlo.
La perequazione finanziaria intercantonale nasce per ridurre le disparità e garantire a ogni cantone le risorse necessarie a offrire servizi pubblici di qualità comparabile. Ma quando i parametri utilizzati non rispecchiano la realtà economica e territoriale di un cantone, il meccanismo perde il suo senso originario.
Ed è proprio questo il punto centrale: i criteri geotopografici – inclusi i parametri di montuosità, pendenza e altimetria – oggi non riconoscono adeguatamente la complessità territoriale del Ticino, che si trova a sostenere contemporaneamente costi da cantone montano nel Sopraceneri e da cantone urbano e di frontiera nel Sottoceneri.
Questi parametri, così come sono concepiti, favoriscono situazioni molto diverse e penalizzano territori ibridi, prealpini e articolati come quello ticinese. È dunque indispensabile una modifica strutturale che aggiorni l’indice di montuosità e gli altri criteri topografici affinché riflettano fedelmente i costi reali di infrastrutturazione, manutenzione, accessibilità e servizio alla popolazione.
Una perequazione moderna deve riconoscere che non esistono cantoni “semplici” e cantoni “difficili”: esistono complessità differenti, che vanno misurate con strumenti più intelligenti e aderenti alla realtà.
Allo stesso tempo, il sistema federale non può permettersi di ignorare l’effetto distorsivo dei frontalieri sul potenziale economico attribuito al Ticino. Non può accettare che un cantone venga considerato più ricco di quanto sia realmente, soltanto perché produce un valore aggiunto che non si traduce integralmente in entrate fiscali. La perequazione non può basarsi su indicatori teorici che ignorano la struttura reale del gettito, delle capacità fiscali e dei costi sociali.
Un Ticino forte è a tutto vantaggio della Confederazione e della sua economia.
Non si tratta quindi di una rivendicazione egoistica, ma della consapevolezza che l’interesse nazionale passa anche – e soprattutto – attraverso la vitalità dei suoi cantoni di frontiera.
Il Ticino non deve chiedere privilegi, ma equità. Deve esigere con forza e determinazione – subito, e non nel 2030 – un sistema federale che sappia vedere e comprendere le sue specificità invece di misurarle con modelli calibrati su regioni che vivono condizioni opposte.
La revisione della perequazione non è un capriccio locale: è una necessità istituzionale. È la condizione minima per mantenere credibile il patto federale. È il presupposto per evitare che interi territori siano lasciati a reggere costi che non possono più sopportare da soli. Non è più accettabile una Svizzera a due velocità.
Per questo il momento impone una presa di posizione netta e forte. Il Consiglio di Stato e la deputazione ticinese alle Camere federali devono agire uniti e con determinazione, costruendo alleanze con gli altri cantoni periferici che vivono problemi analoghi. Devono portare la questione al centro dell’agenda federale, chiedendo con forza la revisione dei parametri di montuosità, dei criteri geotopografici, degli indicatori sociodemografici e delle formule fiscali.
Non si tratta di una battaglia tecnica: è una battaglia di giustizia federale. Perché la perequazione non è una semplice tabella di calcolo. È la verifica periodica della solidarietà svizzera.
E oggi questa verifica non è superata.
Il Ticino ha dato molto alla Svizzera, in termini economici, culturali e strategici. Chiede ora che la Confederazione riconosca la sua posizione esposta, preziosa e vulnerabile. Non con dichiarazioni di principio, ma con riforme concrete e coraggiose.
Una federazione è forte quando nessuna sua parte viene lasciata indietro. Oggi il Ticino non chiede di avanzare più degli altri: chiede semplicemente di non essere lasciato solo.
* imprenditore