"La fiducia non si ricostruisce con l’indignazione permanente e nemmeno con lo sciacallaggio. Si ricostruisce con la serietà. Con la trasparenza. Con il coraggio di prendere posizione..."

di Alessandro Speziali *
Festeggiare il 1. agosto ad Airolo-Pesciüm ha qualcosa di profondamente svizzero.
Siamo in montagna, in un luogo che ci ricorda quanto questo Paese sia stato costruito con la fatica, con la tenacia e con la capacità di comunità diverse di stare insieme. Non cancellando le differenze, ma imparando a convivere nel rispetto di regole comuni. Non aspettando sempre che qualcuno risolvesse i problemi, ma rimboccandosi le maniche.
Il 1. agosto non è soltanto una ricorrenza. Non è una bandiera appesa a un balcone, un falò acceso o un discorso pronunciato mentre si aspetta la griglia.
È il momento nel quale ci domandiamo che cosa significhi davvero essere svizzeri. E poi incarnare la risposta per i 12 mesi che seguono.
Per me significa anzitutto essere liberi.
Liberi di scegliere la nostra strada, di costruire il nostro futuro, di esprimere le nostre idee. Liberi di intraprendere, di lavorare, di creare una famiglia, di dissentire e anche di sbagliare. Liberi dal pensiero unico.
Ma noi liberali sappiamo che la libertà non è fare semplicemente ciò che si vuole, lasciando poi agli altri il compito di occuparsi delle conseguenze.
La libertà è adulta quando incontra la responsabilità.
Non esiste libertà senza persone capaci di governare sé stesse. Senza cittadini che rispettano le regole non perché temono una sanzione, ma perché comprendono che la libertà degli altri vale quanto la propria.
Essere svizzeri significa anche essere sicuri.
Sicuri nelle nostre case e sulle nostre strade. Sicuri che le istituzioni funzionino, che la legge valga per tutti e che chi esercita un potere pubblico lo faccia con correttezza, misura e rispetto.
Ma la sicurezza non è soltanto ordine pubblico. È anche fiducia.
La fiducia che le istituzioni dicano la verità. Che sappiano riconoscere gli errori. Che non si nascondano dietro il formalismo quando è in gioco la loro credibilità.
Il Ticino sta vivendo un momento istituzionale difficile.
La politica non è fatta soltanto di procedure, competenze e decisioni cresciute in giudicato. È fatta anche di esempi, di comportamenti e della capacità di rappresentare degnamente le istituzioni.
La fiducia nella politica si trova oggi a uno dei suoi livelli più bassi. Sarebbe però troppo facile limitarsi a indicare le colpe degli altri. La fiducia non si ricostruisce con l’indignazione permanente e nemmeno con lo sciacallaggio.
Si ricostruisce con la serietà. Con la trasparenza. Con il coraggio di prendere posizione, anche quando è scomodo. E con la capacità di applicare a noi stessi gli stessi principi che invochiamo per gli altri.
Per questo essere svizzeri significa anche essere coraggiosi.
Il coraggio non è pubblicare la frase più aggressiva sui social. Non è cavalcare ogni rabbia perché porta consenso.
Il coraggio è assumersi una responsabilità quando sarebbe più comodo voltarsi dall’altra parte.
È difendere le istituzioni senza diventare servili verso chi le rappresenta. È pretendere chiarezza senza trasformare la politica in una faida.
È scegliere la sostanza anziché la convenienza.
Ma oggi abbiamo bisogno anche di un altro tipo di coraggio. Il coraggio civico.
Viviamo in un’epoca nella quale chiediamo sempre di più alla collettività, mentre siamo sempre meno disponibili a dedicarle tempo.
Vogliamo Comuni vivi, associazioni dinamiche, quartieri sicuri, servizi efficienti e paesi curati. Ma facciamo sempre più fatica a trovare un municipale, un membro di comitato, un volontario, un allenatore per i ragazzi o qualcuno disposto ad assumersi un incarico che duri più di una serata.
Non è scomparso il desiderio di appartenere a una comunità. Sta scomparendo la disponibilità a pagarne il prezzo.
Questa crisi dello spirito civico riguarda direttamente noi liberali.
Una società liberale non vive soltanto grazie allo Stato. Vive grazie agli individui, alle famiglie, alle associazioni, ai Comuni, ai patriziati, alle società sportive, ai corpi volontari e a tutte quelle persone che si occupano di qualcosa senza riceverne un vantaggio immediato.
Quando questa disponibilità viene meno, ogni problema finisce sulla scrivania dello Stato. Ogni necessità diventa una prestazione. Ogni rapporto umano viene trasformato in una procedura.
E lo Stato cresce, non sempre perché desideri farlo, ma perché glielo chiediamo noi.
La Svizzera ha costruito la propria forza su un’idea diversa. Il cittadino non è un semplice cliente della cosa pubblica. Il cliente paga, pretende e reclama.
Il cittadino invece partecipa, decide, si assume una parte del peso e, qualche volta, accetta anche di perdere una votazione.
Essere svizzeri significa dunque dedicarsi alla collettività, partendo dall’individuo. Non annullarsi nel gruppo. Non rinunciare alla propria autonomia.
Ma comprendere che una libertà vissuta soltanto per sé stessi finisce per diventare solitudine.
La collettività non è qualcun altro. Siamo noi.
È la persona che accetta di sedere in una commissione, che si mette a disposizione del proprio Comune, che organizza una manifestazione, accompagna una persona anziana, che serve in un corpo volontario o dedica una serata a un’associazione.
Sono gesti spesso silenziosi e raramente celebrati. Ma sono esattamente questi gesti a tenere insieme la Svizzera.
Care amiche e cari amici, in questo 1. agosto dobbiamo ritrovare l’orgoglio di essere un Paese libero, sicuro e coraggioso.
Un Paese che non confonde la libertà con l’indifferenza, la sicurezza con l’immobilismo e il coraggio con l’arroganza.
È questa la Svizzera che amiamo. È questa la Svizzera che, come liberali-radicali, vogliamo continuare a costruire.
Buon 1. agosto a tutte e a tutti.
Viva il Ticino e viva la Svizzera.
* presidente PLR