SECONDO ME
Ostinelli: “Quando è il sistema a diventare patologico”
“La salute di un’istituzione si misura dalla sua capacità di riconoscere gli errori e correggersi”
TiPress / Francesca Agosta

di Roberto Ostinelli *

Quando un’istituzione comincia a comportarsi in modo irrazionale, crudele, autodistruttivo, o difettare di trasparenza e comunicazione, la nostra prima reazione è quasi sempre quella di cercare un colpevole. Ci chiediamo chi abbia manipolato il sistema, chi lo abbia corrotto o chi abbia preso il controllo delle decisioni. È una reazione comprensibile, ma può essere profondamente incompleta, o addirittura pericolosa.

Esiste infatti una possibilità più inquietante: un sistema può sviluppare comportamenti patologici anche senza essere composto da persone patologiche. È sufficiente che la sua struttura inizi a premiare sistematicamente determinati comportamenti, anche quando questi riducono la qualità delle decisioni e la capacità dell’organizzazione di correggere i propri errori.

È questo uno degli aspetti più interessanti della ponerologia politica: invece di concentrarsi esclusivamente sulla ricerca di personalità patologiche ai vertici, occorre osservare quali comportamenti l’istituzione seleziona, amplifica, protegge e riproduce.

Immaginiamo due funzionari, o due politici.

Il primo segnala i problemi, ammette l’incertezza e informa i superiori quando una politica non funziona.

Il secondo comprende invece che portare informazioni scomode può danneggiare la propria carriera e impara a trasformare i fallimenti in successi, a delegittimare le critiche e a raccontare al vertice ciò che il vertice vuole sentirsi dire.

La domanda decisiva è: chi dei due viene premiato?

Se nel tempo avanza soprattutto chi protegge l’istituzione dalle informazioni scomode, si crea un meccanismo di selezione patologico. I comportamenti che riducono la possibilità di correggere gli errori diventano progressivamente normali e, successivamente, possono perfino essere considerati virtuosi.

La manipolazione diventa “disciplina della comunicazione”, la soppressione del dissenso diventa “moderazione”, il carrierismo diventa “lealtà” e la protezione degli insuccessi diventa “difesa della fiducia pubblica”.

Questo porta a un errore importante: trasformare il problema in una caccia ai “cattivi”.

Le persone non sono necessariamente categorie fisse. Una persona può resistere a un abuso e successivamente diventare parte del sistema che lo riproduce; un dissidente può diventare dogmatico e un critico può trasformarsi in un difensore dell’istituzione che inizialmente contestava.

Le persone cambiano, ma soprattutto si adattano agli incentivi dell’ambiente nel quale operano. Per questo è più utile osservare i ruoli che un sistema produce piuttosto che classificare definitivamente gli individui.

Il problema diventa particolarmente grave quando il dissenso diventa costoso, la fedeltà conveniente, gli errori una minaccia alla reputazione, le informazioni negative rallentate lungo la gerarchia e le conseguenze delle decisioni trasferite su persone lontane da chi le ha prese. A quel punto l’istituzione può arrivare a comportarsi peggio di quanto farebbero individualmente molte delle persone che ne fanno parte.

È un fenomeno che può manifestarsi in governi, aziende, università, media, partiti, organizzazioni religiose, ONG, società tecnologiche, forze armate e persino movimenti nati per contestare il potere. Nessuna ideologia possiede il monopolio di questo meccanismo.

C’è poi una conseguenza ancora più profonda: la perdita della fiducia. La società moderna funziona attraverso una fiducia delegata, perché nessuno può verificare personalmente ogni informazione o ogni decisione istituzionale. Ma questa fiducia funziona soltanto quando le istituzioni rimangono correggibili.

Quando le dichiarazioni ufficiali divergono ripetutamente dalla realtà osservabile, le persone iniziano a verificare autonomamente documenti, registri, dichiarazioni e cronologie. Progressivamente ognuno diventa il proprio auditor. Quando questo processo raggiunge un certo livello, anche un’affermazione vera può diventare difficile da credere senza una verifica indipendente. Il sistema entra così in una sorta di insolvenza epistemica.

Un altro paradosso è che un sistema patologico può apparire estremamente coerente. Un governo può sembrare stabile perché criticare è diventato rischioso; un’azienda può apparire perfettamente allineata perché tutti hanno imparato ciò che il vertice vuole sentirsi dire; un movimento può sembrare unanimemente compatto perché il dissenso viene considerato tradimento.

Ma la vera coerenza non consiste nell’eliminare il dissenso. Un sistema sano deve poter tollerare chi dice: “Questo progetto è fallito”; “Abbiamo fatto diversi errori di valutazione”; “Purtroppo abbiamo sbagliato e ci scusiamo con l’intera popolazione”; “Le prove non sono sufficienti”; “Non lo sappiamo”; “Non c’è un accordo unanime per cui…” ecc. ecc.

Da qui emerge la conclusione più importante: la soluzione non consiste semplicemente nel trovare leader migliori. Se gli incentivi, i percorsi di carriera, i meccanismi informativi e le strutture di potere rimangono invariati, prima o poi qualcun altro imparerà ad adattarsi allo stesso ambiente.

La vera soluzione è costruire sistemi nei quali le decisioni possano essere contestate, le autorità possano scadere, gli errori possano essere ammessi, le informazioni possano essere verificate e le decisioni possano essere corrette.

Una patocrazia, in questa prospettiva, non deve necessariamente essere definita come il sistema nel quale “gli psicopatici hanno preso il potere”, ma come una condizione nella quale gli incentivi e le strutture istituzionali premiano comportamenti che riducono la correzione esterna, indeboliscono la responsabilità e proteggono il potere dalla contraddizione.

Il vero test della salute di un’istituzione non è quindi stabilire quanto siano buone le persone che la guidano, ma verificare quanto sia ancora possibile correggerla quando sbaglia.

Una società libera non può garantire leader perfetti. Può però costruire istituzioni nelle quali i cattivi leader, le decisioni sbagliate, le previsioni fallaci e gli incentivi perversi rimangano correggibili.

La vera sicurezza, quindi, non consiste nel trovare governanti migliori o funzionari migliori. Consiste nel costruire sistemi che non abbiano bisogno di governanti o funzionari perfetti.

* deputato in GC come Indipendente

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