SECONDO ME
Appalto FFS a Siemens, Marchesi: “Per l’UDC è inaccettabile”
“La Svizzera gioca a fare la virtuosa del continente sacrificando interessi, aziende e lavoratori, e mette a rischio neutralità, indipendenza e libertà economica”
TiPress / Alessandro Crinari

di Piero Marchesi *

L’appalto da 2,1 miliardi di franchi per i nuovi treni regionali è stato attribuito alla tedesca Siemens, mentre la svizzera Stadler Rail, simbolo di qualità, innovazione e competenza, è stata scartata per una differenza di appena 18 milioni. Un margine irrisorio – meno dell’1% del totale – che però peserà come un macigno sull’industria nazionale.

Perché dietro quei numeri ci sono posti di lavoro ben retribuiti, formazione di giovani tecnici e ricadute economiche dirette in decine di regioni svizzere. Ogni commessa di questa portata rappresenta un investimento nel futuro del Paese. Quando lo si affida altrove, si indebolisce la nostra stessa capacità industriale.

Il paradosso è che nessuno può dirsi sorpreso. Le Ferrovie federali, in perfetto “stile svizzero”, hanno semplicemente deciso di fare i primi della classe: applicare alla lettera ogni regola internazionale, anche quando questo significa penalizzare la Svizzera stessa.

Perché sì, la legge sugli appalti pubblici e gli accordi internazionali vietano ogni forma di discriminazione tra fornitori nazionali e stranieri. Lo impediscono gli accordi sugli appalti dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), ma anche quelli con l’Unione europea attualmente in vigore.

Ma avrebbero lasciato comunque un margine di discrezionalità: bastava valorizzare diversamente alcuni criteri, come la creazione di valore sul territorio, la sostenibilità industriale o la formazione professionale. Con una ponderazione più intelligente – e soprattutto con un po’ di coraggio – l’esito sarebbe potuto essere diverso. A maggior ragione con una differenza di costo così esigua.

Invece, le FFS hanno scelto la via “politicamente corretta”: quella di chi, in perfetto stile “funzionario federale”, pur potendo difendere l’interesse nazionale, preferisce non rischiare una critica di Bruxelles o di qualche burocrate internazionale. Così, pur di mantenere la reputazione di “allievi modello” nelle regole del commercio globale, la Svizzera finisce per spararsi nei piedi.

Eppure, i partiti che oggi si indignano pubblicamente per questa decisione – gli stessi che twittano la loro rabbia o chiedono “più sostegno alle aziende svizzere” – sono proprio quelli che sostengono con entusiasmo il nuovo accordo di sottomissione con l’Unione europea. Un accordo che non solo confermerà queste regole, ma le renderà ancora più vincolanti e invasive.

Con i nuovi accordi con l’UE, la Svizzera dovrà adottare dinamicamente, vedi automaticamente, il diritto europeo, rinunciando a decidere in modo autonomo su materie economiche e sociali fondamentali. E nei casi di controversie, la parola finale spetterà a un tribunale arbitrale, che si baserà sulle sentenze della Corte di giustizia dell’UE. Ergo, la Svizzera sarà sempre la perdente.

Tradotto: non solo non potremo più “favorire” le nostre imprese, ma non potremo nemmeno più decidere da soli se farlo o meno. Saremo legati mani e piedi a un sistema che non risponde ai cittadini svizzeri, ma agli interessi e alle logiche di Bruxelles.

Ecco la grande incoerenza di questi partiti e, con loro, i sindacati, Economiesuisse e Swissmem: fingere di difendere l’industria nazionale mentre si lavora per smantellare, pezzo dopo pezzo, la nostra autonomia. Indignarsi per Stadler Rail oggi e domani votare per consegnare alla Corte europea il potere di decidere sulle nostre leggi. Un capolavoro di ipocrisia politica.

Solo l’UDC ha il coraggio di dirlo apertamente: tutto ciò è inaccettabile. La Svizzera deve smetterla di giocare a fare la virtuosa del continente quando questo comporta sacrificare i propri interessi, le proprie aziende e i propri lavoratori. La neutralità, l’indipendenza e la libertà economica non si difendono con l’indignazione a geometria variabile, ma con scelte chiare e coraggiose.

E la scelta oggi è semplice: o restiamo padroni del nostro destino, oppure diventiamo un suddito di Bruxelles.

* Consigliere nazionale UDC

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