SECONDO ME
Primo maggio, Oliviero Pesenti: "Il lavoro oltre gli schemi"
"Se il lavoro resta prigioniero di logiche superate, a perdere saranno tutti: imprese, lavoratori, territori. Il tempo delle contrapposizioni sterili è finito"
TIPRESS

*Di Oliviero Pesenti

La Festa dei Lavoratori non è una ricorrenza qualsiasi. Nasce da rivendicazioni profonde, da momenti storici in cui il lavoro non era tutelato e la dignità delle persone era spesso sacrificata. È giusto ricordarlo. Ma è altrettanto necessario evitare che questa giornata resti ancorata a una rappresentazione del mondo del lavoro che non esiste più.

Oggi il contesto è radicalmente cambiato. Le imprese si muovono in un ambiente segnato da instabilità crescente: tensioni geopolitiche, crisi energetiche, trasformazioni tecnologiche e mutamenti improvvisi dei mercati. In questo scenario, la capacità di adattamento non è un’opzione, ma una condizione di sopravvivenza. E con essa cambia inevitabilmente anche il modo di lavorare.

La flessibilità, troppo spesso evocata in modo ideologico, è in realtà uno degli strumenti chiave per garantire continuità e occupazione. Un’azienda che non può adattare rapidamente i propri processi, gli orari, l’organizzazione interna o i modelli contrattuali rischia semplicemente di uscire dal mercato. E quando un’impresa scompare, non si perde solo un’attività economica, ma anche posti di lavoro, competenze e stabilità sociale.

È quindi evidente che la contrapposizione rigida tra esigenze aziendali e diritti dei lavoratori non regge più. Senza imprese solide e reattive, non esistono opportunità professionali. Ma senza collaboratori motivati, coinvolti e rispettati, nessuna impresa può affrontare con successo le sfide di un mondo in rapido cambiamento.

In questo equilibrio, il dialogo diretto tra imprenditore e lavoratori assume un valore centrale. Ogni azienda ha caratteristiche proprie, ogni settore vive dinamiche specifiche, ogni realtà richiede soluzioni su misura. Pensare che modelli rigidi e uniformi possano rispondere a questa complessità significa ignorare la realtà.

Ciò non implica l’assenza di regole o di tutele. Significa piuttosto spostare l’attenzione verso strumenti più dinamici, capaci di accompagnare il cambiamento invece di ostacolarlo. Una base comune resta necessaria, ma deve lasciare spazio a una reale negoziazione interna, che tenga conto delle esigenze concrete delle imprese e delle aspettative dei lavoratori.

In questo contesto, anche il ruolo della rappresentanza collettiva è chiamato a evolversi. Un approccio esclusivamente conflittuale, o ancorato a schemi del passato, rischia di essere inefficace. Oggi servono competenze nuove, capacità di comprendere i mercati, di leggere i dati, di confrontarsi con modelli organizzativi in continua trasformazione. Il dialogo può essere anche duro, ma deve restare responsabile e orientato alle soluzioni.

Il Primo Maggio dovrebbe allora diventare un momento di riflessione concreta, non di contrapposizione simbolica. Un’occasione per riconoscere che il lavoro non è più quello di ieri e che difenderlo significa anche avere il coraggio di cambiarne le regole, senza rinunciare ai principi fondamentali di rispetto e dignità.

Se il lavoro resta prigioniero di logiche superate, a perdere saranno tutti: imprese, lavoratori, territori. Il tempo delle contrapposizioni sterili è finito. O si costruisce un modello capace di unire flessibilità e responsabilità, oppure si scivolerà in un conflitto che non produce diritti, ma li indebolisce.

Il lavoro non ha bisogno di slogan, ma di visione. E la visione richiede coraggio: quello di cambiare davvero, prima che sia il cambiamento a travolgerci.

*Imprenditore

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